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Dicono che passeggiare la sera lungo il molo dei defunti sia pericoloso. Non tanto per via degli spiriti, quanto per la presenza molto più terrena di vagabondi e ladruncoli comuni. Ma il buio della notte qui non è mai davvero buio. L’oscurità è punteggiata di fuochi. Alcune fiammelle se le porta via il Gange: sono luci di buon augurio, accese dentro piccole ceste di fiori di loto, e affidate alla corrente. Ormai trasportano perlopiù desideri e speranze di turisti di passaggio. Le fiamme della tradizione vera bruciano più verso le sponde, alitando in cielo fumi d’incenso, sandalo e carne bruciata: sono le pire che ardono incessantemente lungo i ghat, i moli in riva al Gange dove gli indù cremano i loro morti.
Per questo alcuni indiani conoscono Varanasi solo con il soprannome di Maha Shmashan Puri, che vuol dire "fuoco che non si ferma mai". Questa è la città santa dell’induismo: un luogo propizio per morire perché, secondo antiche credenze, esalando qui l’ultimo respiro ci si sottrae al ciclo delle reincarnazioni, e si accede direttamente al paradiso himalayano di Shiva, che si ritiene sia sul Monte Kailasa.
"Varanasi", scrisse una volta Mark Twain, "è più antica della storia, più antica della tradizione, più antica della leggenda, e appare vecchia il doppio di tutte queste cose messe insieme". Un luogo denso di misticismo, dove tutto sembra possibile. Ad esempio, che una famiglia collocata al gradino più basso della gerarchia sociale indiana, i cosiddetti "intoccabili", acquisisca tanto denaro e prestigio da divenire la famiglia più ricca e influente della città. Il loro nome è Dom, ma loro si fanno chiamare Dom Raja, poiché si considerano "i re del regno dei morti" (in indù "raja" significa "re"). La loro casa è la più bella e imponente del lungofiume.
I Dom custodiscono il cosiddetto "fuoco sacro", una fiamma che arde giorno e notte da tempo immemorabile all’interno di un tempio dedicato a Shiva. Nel complesso cerimoniale della cremazione, il fuoco sacro, con cui la pira funebre viene accesa al termine del rito, è considerato un elemento fondamentale. E per avervi accesso, le famiglie dei defunti fanno offerte anche cospicue.
Matru Dom è uno dei capifamiglia. In città lo conoscono tutti, ma non è facile arrivare a lui. Accetta di parlarmi solo grazie all’aiuto di un intermediario. E’ sera fatta, ormai, quando arrivo all’Harishchandra Ghat, un molo delle cremazioni tra i più antichi in città, e forse il più sacro in assoluto. Tutto intorno un fitto tramestio di fedeli e sacerdoti già impegnati nelle cerimonie funebri. Ci sono petali di rosa e fiori di loto sparsi un po’ ovunque, braci quasi consumate, roghi che bruciano con fiamme alte tre metri, legna accatastata in attesa dell’arrivo di una salma. "Aspetta qui", dice Sadhu, l’intermediario. Mi fa un cenno d’intesa, poi si arrampica leggero sulla scalinata che sale verso la città. Il Gange nero si appropria della visuale. Sembra accogliere con identica accondiscendenza i vivi e i morti che continuamente si riversano, o vengono riversati, nelle sue acque. Un vecchio, seduto su uno scalino in riva al fiume, tossisce e sputa in terra più volte. Poi torna a guardare l’acqua senza espressione. Alcuni anziani, all’approssimarsi della morte, vengono qui ad aspettare il destino. Un tempo anche i malati incurabili venivano abbandonati lungo le rive del fiume, all’interno di capanne fatte di rami. Non ci si attendeva che il Gange facesse il miracolo, come l’acqua di Lourdes, ma che accettasse lo spirito del defunto al momento della sua morte. Se il malato invece sopravviveva, si pensava che fosse stato rifiutato dagli dei, e pertanto veniva respinto dalla società e isolato tra i paria, gli intoccabili.
"Matru Dom, signore". Mi giro. Davanti a me c’è un uomo piccolo, avvolto in una sciarpa bianca che mette ancor più in risalto la sua carnagione scura (caratteristica di molti intoccabili). Ci sediamo sotto un piccolo portico di cemento. Parla un inglese stentato, ma sorprendentemente spolvera qualche parola di italiano. "Ciao amico", abbozza sorridendo, "bella Italia". Ricorda di aver imparato quelle parole da un missionario, qualche anno addietro. Poi torna serio, fa qualche cenno a dei ragazzi impegnati su un rogo ormai agli sgoccioli. Finalmente mi racconta dei Dom: "Non saprei dire da quanto tempo la mia famiglia faccia questo lavoro, nessuno può dirlo. Custodiamo il fuoco sacro da generazioni. Facciamo un lavoro onesto, e non chiediamo in cambio nulla, solo donazioni spontanee". Si mette in bocca una foglia di betel, avvolta in una miscela di spezie dal colore rosso: per gli indiani aiuta a digerire e profuma l’alito, ma non tutti gli amanti del betel sanno che è causa frequente di cancro alla bocca.
"La donazione più importante", prosegue, “venne dalla famiglia di un maraja: 5 milioni di rupie (quasi 90 mila euro, ndr). Ma noi accettiamo qualunque offerta. Anche 50 rupie". Secondo l’induismo, fare offerte di questo tipo consente a ciascuno di migliorare il proprio karma, una sorta di somma delle azioni passate dal quale dipende la reincarnazione dell’anima. Per questo quando c’è da fare offerte per cerimonie importanti come un funerale, le famiglie benestanti non badano a spese. E l’offerta per il fuoco sacro non è che una parte. "Ci vogliono 360 chili di legna e 3 ore di tempo affinché le fiamme consumino un corpo", racconta. "I più ricchi comprano legna di sandalo, che arde meglio ed è profumata, ma costa più di 100 rupie al chilo (circa 2 euro)".
Spesso, però, le famiglie più povere non possono permettersi abbastanza legna, e allora il corpo non brucia a sufficienza, rimangono dei pezzi intatti. I Dom sanno come gestire queste situazioni: rivoltano i corpi tra le fiamme, li colpiscono con un bastone, e riescono così a ridurre il tempo necessario alla cremazione. "Noi siamo esperti", sorride Matru. "Per questo tutti ci rispettano e nessuno si sognerebbe di affidare ad altri il proprio defunto". Si guarda attorno, osserva il lavoro dei Dom, con l’aria del re che scruta i suoi possedimenti. Poi mi confida: "Una volta noi Dom abbiamo bruciato anche la salma di un italiano". Soppesa per un attimo il mio sguardo meravigliato. "Proprio lì, vicino a quel mucchio di braci", aggiunge stringendo gli occhi e indicando con un gesto circolare una pira ormai estinta. Sputa il betel. Dopodiché continua: "Era un vecchio venuto a Varanasi ormai da qualche settimana. Lo vedevamo spesso, qui al ghat. Conoscevo anche il suo nome, ma ora non lo ricordo più. Veniva sempre da solo, un signore curioso con un berretto in testa. Aveva occhi strani, sembrava sereno di spirito, ma forse il suo corpo era malato". Riprende a masticare del betel. "Poi improvvisamente smise di venire, non lo vidi per un po’. Lo trovarono morto nella sua stanza d’albergo. E accanto al cadavere c’era un foglietto, nel quale chiedeva di essere cremato qui. Così la polizia telefonò alla sua famiglia, in Italia, e chiese il permesso per la cremazione. Dopo lo affidarono a noi Dom. Le ceneri, però, non le abbiamo buttate nel Gange. La famiglia le ha volute indietro, così, alla fine della cerimonia, le abbiamo raccolte in un’urna e sono partite per l’Italia con il primo aereo". Dalle sue parole traspare l’orgoglio per il rispetto che i Dom si sono guadagnati anche presso le forze dell’ordine, con il loro centenario lavoro di custodi delle cremazioni.
Un rispetto che sembra oltrepassare ogni barriera sociale. Matru ne è convinto e nega con forza l’esistenza di disparità tra i vari livelli della società indiana. "Non ci sentiamo affatto discriminati per la questione delle caste. Possiamo avere la pelle più scura, essere più o meno poveri, ma alla fine siamo fatti di carne e ossa, siamo tutti come fratello e sorella", dice, cercando con insistenza il contatto con le mie mani. Ma poi ci pensa un po’ su e ammette: "Certo, a volte succede che qualcuno delle caste più alte eviti di toccarci. Ma accade raramente. Non è più come un tempo. Oggi i bambini vanno a scuola, sono più acculturati. E capiscono che tra esseri umani non ci può essere differenza". Le pupille scure lampeggiano a tratti, illuminate dai bagliori delle pire che bruciano tutto intorno.
Si interrompe, indica un corteo di persone che scende al molo, portando un feretro. Cantano "Ram Nam Satya hei" (Rama, l’unica verità). "Quelli sono bengalesi", spiega. "Hanno canti diversi, tradizioni particolari: noi indù bruciamo il defunto con la testa rivolta verso Calcutta, dove il Gange sfocia nell’oceano. Loro invece preferiscono sistemare le spoglie con la testa verso la sorgente, e i piedi verso la foce". I bengalesi trasportano il defunto avvolto in un sudario su una barella di bambù. Si sistemano in riva al fiume e il bramino inizia il rituale illuminato dagli schermi di un paio di telefoni cellulari. Tradizione e tecnologia. Per tre volte l’acqua del fiume viene versata in bocca al cadavere, prima di adagiarlo sulla pira e accendere il rogo. Nessuno fa una piega quando dal feretro ormai avvolto dalle fiamme, un braccio del defunto esce dalle bende, ondeggiando inerte per qualche secondo prima di essere aggredito dal fuoco.
"Molti indù non hanno abbastanza denaro per finanziare un corteo funebre sino a Varanasi" riprende Matru. "Così bruciano il defunto a casa loro, e qui portano solo le ceneri, per disperderle sul Gange". Solo alcuni morti sono considerati puri, e non è quindi necessario bruciarne i corpi: si tratta dei neonati, dei morti per vaiolo o per morsi di serpente, e delle vacche. I loro corpi vengono sepolti, oppure gettati direttamente nel fiume. Non vedo donne, al ghat delle cremazioni. Chiedo spiegazione a Matru. "Non c’è un divieto codificato secondo cui le donne non possano assistere alle cremazioni", spiega. "Però le famiglie preferiscono così. Le donne spesso sopportano meno il dolore per la perdita di un parente, e potrebbero turbare la cerimonia funebre con pianti e lamenti". In effetti, non ci sono segni di disperazione, né scene di isteria di alcun tipo tra i parenti che assistono alla cremazione dei loro defunti. La cerimonia segue di solito un rituale preciso: dopo le parole pronunciate dal sacerdote è il primogenito del morto ad accendere il rogo, girandogli attorno cinque volte. La salma è avvolta in un sudario rosso se si tratta di una donna, bianco se si tratta di un uomo, giallo dorato se è una persona anziana, indipendentemente dal sesso.
"Vieni, in cima a questa scalinata c’è il fuoco sacro. Te lo mostro". Matru sale lentamente i gradini, rispondendo con cenni di benevolenza ai molti sguardi che incrociano il suo.
Il tempio che custodisce il fuoco sacro ha un aspetto molto meno scenografico di quanto il suo valore rituale lascerebbe presagire. Una brace debole espira il suo fumo all’interno di una nicchia di cemento dipinta di rosso. Nella parte alta, cinque icone immacolate riconducono il fornetto alla sua dimensione spirituale: Shiva il distruttore danza in mezzo alle fiamme che rappresentano il ritmo perpetuo della distruzione e della creazione; accanto alla sua icona, c’è quella del paffuto Ganesh, il dio dalla testa di elefante, solitamente legato al concetto di fortuna; poi c’è Kali "la nera", con la lunga lingua rossa e una ghirlanda di teschi umani appesa al collo, segni caratteristici della dea della morte; le ultime due mattonelle sono per Durga, moglie di Shiva che si batte per la difesa dell’ordine cosmico, e Vishnu il preservatore, associato al concetto di giustizia.
"Il fuoco per le cremazioni deve partire da qui", assicura Matru, soffiando piano sulla brace per mostrarmi che è ancora viva. "Vedi questi steli di paglia? La gente li accende qui al tempio, e poi li usa per attizzare le fiamme sulla pira. Ognuno dona quello che può", ripete. Invitandomi in maniera più o meno esplicita a contribuire con un’offerta. Gli metto in mano le poche rupie che ho in tasca. "Torna domattina all’alba", riprende lui, "voglio mostrarti la casa dei Dom Raja". Lascio Matru alle sue mansioni di custode del fuoco e mi incammino lungo il ghat, illuminato a squarci dai falò. Luci accese da vite spente. L’occhio mi cade su un oggetto conficcato in una brace ormai quasi esausta. Sembra un femore. Affretto il passo. Al Kedar Ghat è già in corso la puja della sera. E’ una cerimonia rituale che si svolge all’alba e al tramonto, e rappresenta l’offerta di luce al fiume. La cerimonia più importante si svolge al Dasaswamedh Ghat, qualche chilometro più avanti, con cinque sacerdoti che officiano il rito accompagnati da un chiassoso gruppo di musicisti armati di tamburo. Chi preferisce una spiritualità più raccolta si ferma al Dekar. Un solo sacerdote, in piedi su una piattaforma di legno collocata di fronte al Gange, spande un crescendo di luce con movimenti precisi e armoniosi, servendosi dapprima di candele, per passare poi a incensiere, candelabri e lampade infuocate. Un ragazzo accompagna i gesti del sacerdote con un tamburello. Al termine della puja, nel ghat tornano oscurità e silenzio. Ancora pochi metri incerti sui gradini di pietra, nella testa gli ammonimenti sui rischi della Varanasi notturna. Poi è un sollievo riconoscere nel buio l’insegna lampeggiante della guesthouse.

Sul Gange l’alba arriva prima. I ghat non dormono mai, e i canti religiosi si diffondono pian piano ben prima che la luce del sole nascente arrivi a lambire le acque del fiume.
Lungo le sponde i primi pellegrini hanno già iniziato il loro complesso rituale: uomini e donne di ogni età sono assorti nelle abluzioni che prevedono bagni e gesti simbolici, da eseguire secondo un ordine preciso. Ogni errore commesso nella sequenza può portare sventura. Un uomo, immerso fino alla vita, riempie d’acqua una brocca d’ottone, ne beve parte del contenuto, poi la ripone sotto il braccio: al termine del rituale la porterà su al tempio. Una signora anziana è nel fiume con tutti i vestiti. Raccoglie l’acqua nelle mani a coppa, poi, rivolta verso il sole, la lascia gocciolare attraverso le dita. Un’offerta ai propri antenati e alle divinità. Più al largo, due pescatori trafficano con le loro reti su una vecchia barca. Nessuno si cura dei turisti più mattinieri che, scarrozzati in barca dal personale degli hotel, scattano freneticamente con le loro macchinette fotografiche digitali, spesso a un palmo di distanza dai pellegrini.
Matru è gia al ghat. Ha appena comprato una nuova foglia di betel e sembra di buonumore. Saliamo su una piccola imbarcazione che ci traghetta verso la casa dei Dom. Sulla sponda del fiume, dove ieri ardeva una grande pira, sono rimasti solo cenere e frammenti di bambù e del sudario. Due bambini scalzi rovistano tra i resti del rogo. "Sono i nostri ragazzi", sorride Matru, scorgendo il mio sguardo interrogativo. "Prima di buttare le ceneri nel fiume setacciano per bene, in cerca dei gioielli che il defunto aveva addosso. Sono tutte cose che rimangono a noi".
La casa dei Dom Raja non è distante. Si staglia sul Gange come un piccolo castello, dalle mura intonacate, un bel po’ di tempo fa, di rosso e celeste. All’interno le stanze sono grandi e colorate, anche se arredate in maniera approssimativa, e con una patina di fumo scuro sulle pareti. Sulla grande terrazza c’è un tempio per le preghiere che si sporge direttamente sul Gange. Ai due angoli, affacciate sul fiume, due imponenti tigri di ceramica colorata rivendicano alla casa dei Dom il primato tra gli edifici bagnati dal fiume sacro. Molti di questi sono palazzi di Maharaja provenienti anche da città lontane, come Jaipur. Una selva curiosa di figlioletti e nipotini ci segue in ogni stanza. Alcuni hanno un tratto di carboncino sulla fronte. "Serve a proteggerli dagli sguardi dei malintenzionati", spiega Matru. "Il carboncino intorno agli occhi, invece, protegge dalla polvere nelle giornate di vento". Matru mostra con orgoglio il ritratto di un suo antenato, l’uomo che fece affari con un Maharaja, ottenendo in cambio forse la cospicua donazione che diede avvio alla vera fortuna dei Dom. Tre donne lavano i panni sulla grande terrazza assolata. I bambini le aiutano a stenderli su un fitto reticolo di pali e fili che occupa parte del terrazzo. C’è un cucciolo di cane, una sedia da giardino di plastica, un lettino in legno e vimini. Nulla lascia trasparire la grande ricchezza dei Dom, se non l’imponenza dell’edificio arroccato in posizione strategica sul fiume.
Torniamo alla barca, seguiamo a ritroso il percorso dell’andata. Il sole è alto, sulle sponde del fiume il flusso di pellegrini sembra cresciuto. Adesso ci sono anche i professionisti del lava-e-stendi, spediti dagli HOTEL A sciacquare le lenzuola sul fiume. Dagli stretti vicoli della città vecchia arriva anche un pastore con un’intera mandria di bufali, che si accomoda in acqua senza creare grande scompiglio.
Nei ghat delle cremazioni, i roghi sono ripresi a pieno ritmo. Enormi mucchi di legna da ardere sono impilati in cima alle scalinate, dove vengono pesati accuratamente su grosse bilance che stabiliscono il prezzo della cremazione. Fuoco sacro a parte. Mi affretto a nascondere la macchina fotografica. Scattare foto nella zona delle cremazioni è considerato sacrilegio. Anche se Matru mi fa capire che, pagando 50 euro al funzionario giusto, è possibile ottenere un’autorizzazione scritta che consente di scattare foto liberamente anche nei ghat sacri. Resta da scoprire come la moltitudine di indu impegnata nei riti funebri riesca a distinguere chi ha il permesso di fare foto da chi non lo ha.
Dietro le pire dei defunti che ardono, incombe una struttura che sembra morta anche lei. E’ il crematorio elettrico di Varanasi, voluto dal Governo per tentare di porre argine all’inquinamento del Gange, dove spesso, nonostante il lavoro dei Dom, vengono gettati cadaveri non del tutto bruciati. Si calcola siano almeno quarantacinque mila ogni anno. Ma l’elettricità, nella città santa, va e viene in continuazione. E il crematorio è diventato presto un monumento alle buone intenzioni. Così come il sistema di depuratori installato in diversi punti del fiume, e mai veramente funzionante. Doveva depurare una striscia di fiume dove 30 cloache scaricano contemporaneamente i propri liquami. Gli investimenti per 25 milioni di dollari, riversati tra il 1986 e il 1993 dopo forti pressioni sul governo, si sono rivelati inutili.
Il livello d’inquinamento del Gange a Varanasi raggiunge livelli talmente alti che l’acqua è praticamente priva di ossigeno disciolto. Studi recenti hanno mostrato che in 100 ml di acqua del fiume sono presenti un milione e mezzo di colibatteri fecali…un valore che in acque balneabili non dovrebbe essere superiore a 500.
Anni fa si era tentato anche di affidarsi a spazzini naturali: tartarughe carnivore, introdotte nel fiume con la speranza di eliminare ciò che restava di rifiuti organici e cremazioni imperfette. Ma le tartarughe sono scomparse in pochissimo tempo. E la gente, sul Gange, continua a fare quello che ha sempre fatto: i pescatori pescano, i pellegrini eseguono le abluzioni rituali, i bambini si fanno il bagno e tutti lavano qui i propri panni.
Eppure il Gange ha una velocità di "autodepurazione" che continua a sfidare la scienza. Il vibrione del colera, che in acqua distillata sopravvive 24 ore, nell’acqua del Gange resiste appena 3 ore. Per gli scienziati è un rompicapo, al quale Mark Twain, sempre lui, diede una spiegazione dissacrante: "Nessun microbo che si rispetti saprebbe vivere in un’acqua simile". Una considerazione che i "figli del Gange" non esiterebbero a definire profana.
Matru allarga le braccia e spiega: "Il Gange è nostra madre. E una madre non farebbe mai del male ai propri figli. Vedi la gente che si bagna nel fiume? Non è mai accaduto nulla di male. Nessun incidente, nessuna malattia. Se fosse successo, tutti sarebbero stati molto più cauti. Ma non è mai accaduto. E mai accadrà". Poi si guarda attorno e, prudentemente, aggiunge: "Se Shiva vorrà", con un ampio sorriso che scopre i denti macchiati dal rosso del betel.
(Tratto da I Re Intoccabili di Varanasi)
They say that an evening stroll along the pier of the deceased is dangerous. Not so much because of the spirits, but for the much more earthly presence of vagrants and common thieves. But the darkness of the night here is never really dark. The darkness is punctuated by fireworks. Some flames if the port via the Ganges lights are a good omen, turned into small baskets of lotus flowers, and assigned to the current. Now carrying mostly desires and hopes of passing tourists. The flames burn more true of the tradition to the shores, breathed in the sky fumes of incense, sandalwood and burned flesh: are the pyres that burn incessantly along the ghats, jetties along the Ganges where Hindus cremate their dead.
For this reason, some Indians know Varanasi only by the nickname Shmashan Puri Maha, which means "fire that never stops." This is the holy city of Hinduism: a place conducive to die because, according to ancient beliefs, exhaling the last breath here one escapes the cycle of reincarnation, and leads directly to the Himalayan paradise of Shiva, who is believed to be on the Mount Kailasa.
"Varanasi" Mark Twain once wrote, "is older than history, older than tradition, older than legend and looks twice as old all these things put together." A place full of mysticism, where everything seems possible. For example, a family that placed at the lowest rung of the social hierarchy of India, the so-called "untouchables", acquires much money and prestige to become the richest and most influential families of the city. Their name is Dom, but they call themselves Dom Raja, because they consider it "the king of the kingdom of the dead" (in Hindu "raja" means "king"). Their home is the most beautiful and impressive of the riverfront.
The Sun guard the "sacred fire", a flame that burns day and night since time immemorial inside a temple dedicated to Shiva. Overall the cremation ceremony, the sacred fire, which is lit the funeral pyre at the end of the rite, is considered a key element. And to access them, the families of the deceased are also offered substantial.
Matru Dom is one of the householders. In the city everyone knows, but it is not easy to get to him. Agree to talk only with the help of an intermediary. And 'evening made ​​now, when I get all'Harishchandra Ghat, a dock of cremations among the oldest in the city, and perhaps the most sacred of all. All around a busy bustle of faithful and priests who were already engaged in funeral ceremonies. There are rose petals and lotus flowers scattered 'everywhere, almost consumed embers, fires that burn with flames three meters high, firewood stacked awaiting the arrival of a corpse. "Wait here," says Sadhu, the intermediary. He gives me a nod, then climbs slightly on the stairway leading to the city. The Ganges black appropriates the visual. There appears to be identical with appeasing the living and the dead who continually pour, or be reversed, in its waters. An old man, sitting on a step in the river, coughs and spits on the ground several times. Then come back and watch the water without expression. Some seniors, at the approach of death, come here to wait for destiny. At one time even the incurably ill were abandoned along the banks of the river, in huts made of branches. Not expected that the Ganges did the miracle, like the water of Lourdes, but he accepted the spirit of the deceased at the time of his death. If the patient survived the other hand, it was thought that it had been rejected by the gods, and was therefore rejected by society and isolated among the pariahs, the untouchables.
"Matru Dom, sir." I turn around. In front of me there is a small man, wrapped in a white scarf that puts even more emphasis on his dark complexion (a characteristic of many untouchables). We sit under a small concrete porch. He speaks broken English, but surprisingly sprinkle a few words of Italian. "Hello friend," outlines a smile, "Beautiful Italy". Remember to have learned those words from a missionary, a few years ago. Then come back seriously, does nod to some of the guys working on a pyre now running out. I finally told the Sun: "I do not know how long my family to do this work, no one can tell. We guard the sacred fire for generations. Do an honest job, and do not ask anything in return, only spontaneous donations." You put in your mouth a betel leaf, wrapped in a blend of spices from the red: for the Indians helps to digest and smells the breath, but not all lovers of betel know that it is a frequent cause of mouth cancer.
"The most important gift," he says, "came from the family of a maharajah: 5 million rupees (almost 90 thousand euro, ed.) But we accept any offer. Even 50 rupees. "According to Hinduism, making offerings of this type allows everyone to improve their karma, a sort of summation of past actions upon which the reincarnation of the soul.'s Why when it comes to bidding for important ceremonies such as a funeral, wealthy families spare no expense. and the offer for the sacred fire is but a part. "It takes 360 pounds of wood and 3 hours of time so that the flames consume a body," he says. "the richest buy sandal wood, which burns better and is fragrant, but it costs more than 100 rupees per kilo (about 2 euro)."
Often, however, the poorest families can not afford enough wood, and then the body does not burn enough, the pieces remain intact. Dom I know how to handle these situations: turn over the bodies in the flames, hit them with a stick, and can thus reduce the time required for cremation. "We are the experts," he smiles Matru. "That's why we all respect and nobody would entrust to others their own dead." He looks around, observing the work of the Sun, with the air of a king who searches his possessions. Then he tells me: "Once we have Dom also burned the body of an Italian." Weigh for a moment my gaze in wonder. "Right there, next to that pile of embers," adds squinting and gesturing circulated a pyre now extinct. He spits the betel. Then he continues: "It was an old man came to Varanasi for a few weeks now. We saw him often here at the ghat. Knew even his name, but now I no longer remember. Always came alone, a curious gentleman with a beret on his head. his eyes were strange, he seemed serene in spirit, but perhaps her body was sick. "Starts to chew betel. "Then suddenly he stopped coming, did not see him for a while. 'They found him dead in his HOTEL ROOM. And beside the corpse there was a piece of paper, in which he asked to be cremated here. So the police phoned his family in Italy, and asked permission for the cremation. entrusted to us after the Sun's Ashes, however, we have not thrown in the Ganges.'s family wanted them back, so at the end of the ceremony, we have collected in a 'urn and left for Italy with the first plane. "From his words reflected the pride in the respect that they have earned Dom also at the police, with their centenary work as custodians of cremations.
A respect that seems to go beyond any social barrier. Matru is convinced and strongly denies the existence of disparities between the various levels of Indian society. "We do not feel discriminated at all to the issue of caste., We have darker skin, be more or less poor, but in the end we are made of flesh and bones, we all like brother and sister," he says, looking earnestly contact with my hands. But then we think a bit 'up and admits: "Sure, sometimes it happens that some of the higher castes avoid touching., But rarely happens.'s Not like the past. Nowadays children go to school, they are more educated. E understand that among human beings there can be no difference. "The dark eyes flashing at times, illuminated by the glow of the pyres burning all around.
It stops, shows a procession of people coming down to the dock, carrying a coffin. They sing "Ram Nam Satya hei" (Rama, the only truth). "Those are Bengalis," he explains. "They have different songs, particular traditions: we Hindus burn the dead with her ​​head turned towards Calcutta, where the Ganges meets the ocean. They prefer to fix the spoils with his head towards the source, and the feet towards the mouth." The Bengalis carrying the deceased wrapped in a shroud on a bamboo stretcher. They settle in the river and the Brahmin ritual begins lit by a couple of screens of mobile phones. Tradition and technology. Three times the river water is poured into the mouth of the corpse, before you lay it on the pyre and light the pyre. No one bat an eyelid when the coffin is now engulfed in flames, an arm of the deceased comes from the bandages, swaying inert for a few seconds before being attacked by fire.
"Many Hindus do not have enough money to finance a funeral procession up to Varanasi" Matru resumes. "So burn the deceased at their home, and here only carry the ashes to scatter them on the Ganges." Only a few deaths are considered pure, and it is therefore necessary to burn the bodies: they are infants, deaths from smallpox or snake bites, and the cows. Their bodies are buried, or dumped directly into the river. I do not see women at the cremation ghat. I ask for explanation Matru. "There is a ban encoded according to which women can not attend the cremation," he explains. "But the families prefer it that way. Women often bear less pain for the loss of a relative, and might upset the funeral with weeping, and with mourning." In fact, there are signs of desperation, or scenes of hysteria of any kind between the relatives attending the cremation of their dead. The ceremony usually follows a precise ritual: after the words spoken by the priest is the firstborn of the dead to light the pyre, girandogli around five times. The body is wrapped in a shroud red if it is a woman, whether it is a white man, golden yellow if it is an older person, regardless of gender.
"Come, on top of this staircase is the sacred fire. I'll show you." Matru slowly climbs the stairs, responding with nods of kindness to many looks that cross her.
The temple which houses the sacred fire looks a lot less dramatic than its ritual value would leave portend. A brace weak exhale the smoke within a niche of concrete painted red. In the upper part, five icons immaculate bring back the oven to its spiritual dimension: the destroyer Shiva dance in the flames that represent the perpetual rhythm of destruction and creation; next to its icon, there is that of chubby Ganesh, the elephant-headed god, usually linked to the concept of luck; Then there is Kali "the black," with the long red tongue and a garland of human skulls hung around his neck, characteristic marks of the goddess of death; the last two tiles are for Durga, wife of Shiva who is fighting for the defense of the cosmic order, and Vishnu the preserver, associated with the concept of justice.
"The focus for the cremations must start from here," assures Matru, blowing on the embers plan to show that it is still alive. "See these stalks of straw? Them people on here at the temple, and then use them to stoke the flames on the pyre. Everyone gives what he can," he repeats. Inviting more or less explicitly to contribute with an offer. I put my hand in the few rupees in my pocket. "Come back tomorrow morning at dawn," he resumed, "I want to show the house of the Dom Raja". I leave Matru to his duties as guardian of the fire and walked along the ghats, illuminated by bonfires gashes. Lights to screw off. My eye falls on an object stuck in a brace now almost exhausted. It looks like a femur. Hasten the pace. At the Kedar Ghat is already underway puja in the evening. It 'a ritual ceremony that takes place at dawn and dusk, and represents the range of light to the river. The most important ceremony takes place at Dasaswamedh Ghat, a few kilometers further on, with five priests who officiate the ceremony accompanied by a boisterous group of musicians armed with drum. Those who prefer a more intimate spirituality stops at Dekar. One priest, standing on a wooden platform placed in front of the Ganges, spreading a crescendo of light with precise movements and harmonious, using first candle, then move on to incense, candlesticks and lamps burning. A boy accompanies the gestures of the priest with a tambourine. At the end of the puja, in return ghat darkness and silence. Just a few meters uncertain on the stone steps, in the head the warnings on the risks of Varanasi night. Then it is a relief to recognize the sign flashing in the darkness of the guesthouse.

On the Ganges before dawn arrives. The ghats never sleep, and religious songs spread gradually well before the light of the rising sun arrives to lap the waters of the river.
Along the banks of the first pilgrims have already started the whole ritual: men and women of all ages are absorbed in the ablutions that provide bathrooms and symbolic gestures, to be performed in a specific order. Any error in the sequence can lead misfortune. A man immersed to the waist, fills a water jug brass, do you drink the contents, then shoves it under his arm at the end of the ritual will bring about the temple. An elderly lady is in the river with all the dresses. Collects water in cupped hands, then, facing the sun, the leaves drip through your fingers. An offer to their ancestors and the gods. Further offshore, two fishermen traffic in their networks on an old boat. Nobody cares tourists risers that scarrozzati by boat from the staff of the hotel, click frantically with their cameras digital, often a few inches away from the pilgrims.
Matru is already at the ghat. He just bought a new betel leaf and seems in good spirits. We go on a small boat that ferries us to the house of the Sun On the bank of the river, where a great fire was burning yesterday, there are only ashes and fragments of bamboo and cloth. Two barefoot children rummaging through the remains of the fire. "They are our kids," Matru smiles, seeing my quizzical look. "Before you throw the ashes into the river scour for good, in search of the jewels that the deceased was wearing. Things are all that remain to us."
The home of Dom Raja is not far away. It stands on the Ganges as a small castle, the walls plastered, a nice little 'time ago, red and blue. Inside, the rooms are big and colorful, although furnished approximate, and with a patina of dark smoke on the walls. On the large terrace there is a temple for prayers that leans directly on the Ganges. The two corners, overlooking the river, two huge tigers colorful ceramic claiming the house of Dom primacy among the buildings bathed in the sacred river. Many of these buildings are of Maharaja also from distant cities, such as Jaipur. A mass of curious little children and grandchildren following us in every room. Some have a stretch of charcoal on the forehead. "We need to protect them from the eyes of the bad guys," says Matru. "The charcoal around the eyes, on the other hand, protects against dust on windy days." Matru proudly displays the portrait of his ancestor, the man who did business with a Maharaja, perhaps in exchange for the generous donation that started the fortune of the Sun Three Women wash clothes on the large sun terrace. The children help to lay them out on a dense network of poles and wires which occupies part of the terrace. There is a puppy dog, a plastic garden chair, a cot in wood and wicker. Nothing reveals the great wealth of the Sun, if not the grandeur of the building perched in a strategic position on the river.
Let's get back to the boat, we follow back the route. The sun is up, on the banks of the stream of pilgrims seem grown up. Now there are also professionals in the lava-and-stretch, consigned by A HOTEL wash the sheets on the river. From the narrow streets of the old town comes a shepherd with a herd of buffalo, which sits on the water without creating a commotion.
In the cremation ghat, the fires were resumed in full swing. Huge piles of firewood are stacked on top of the stairs, where they are weighed accurately on large scales that determine the price of cremation. Sacred Fire apart. I hasten to hide the camera. Take pictures of cremations in the area is considered sacrilege. Although Matru makes me realize that paying 50 euro to the official right, you can get a written authorization allowing you to take pictures freely even in the sacred ghat. It remains to find out how the multitude of Hindu funeral rites committed to be able to differentiate who is allowed to take pictures from those who did not.
Behind the blazing pyres of the dead, a looming structure that seems dead too. E 'the electric crematorium in Varanasi, wanted by the government for groped to put an embankment to the pollution of the Ganges, where often, despite the work of Dom, corpses are thrown completely burned. It is estimated to be at least forty-five thousand each year. But electricity, in the holy city comes and goes constantly. And the crematorium soon became a monument to good intentions. As well as the system of scrubbers installed at different points of the river, and never really working. He had to clean up a stretch of river where 30 sewers discharge their sewage at the same time. Investments for $ 25 million, paid between 1986 and 1993, after strong pressure on the government, proved futile.
The level of pollution of the Ganges in Varanasi reaches levels so high that the water is virtually free of dissolved oxygen. Recent studies have shown that in 100 ml of water of the river there are a million and a half of fecal coliform ... a value in bathing waters should not be more than 500.
Years ago it was also attempted to rely on natural scavengers: carnivorous turtles, which were introduced into the river with the hope of eliminating the remnants of organic waste and cremations imperfect. But the turtles are gone in no time. And the people, on the Ganges, continues to do what it has always done: most fishermen, the pilgrims perform the ritual ablutions, children bathe and wash all their clothes here.
Yet the Ganges has a speed of "self-purification" that continues to defy science. The vibrio cholerae, which survives 24 hours in distilled water, the water of the Ganges resists just 3 hours. For scientists it is a puzzle game, in which Mark Twain, he always gave a debunking explanation: "No self-respecting microbe know how to live in water like that." One consideration that the "sons of the Ganges" would not hesitate to define profane.
Matru opens his arms and says: "The Ganga is our mother. And a mother would never do harm to their children. See people who bathes in the river? There is nothing bad ever happened. Were no incidents, no disease. If had happened, all would have been much more cautious., but it never happened. it never happens. "Then you look around and prudently adds: "If you want to Shiva", with a broad smile that turns your teeth stained red from betel.
(Taken from The Untouchables King of Varanasi)

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TOGHE AZZURRE
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Riforme, torna l'immunità per il Senato
Passa l'emendamento: sì di Pd, Lega e Fi

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Streghe Cimego 009
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Napolitano è presidente:
«Ognuno faccia il suo dovere»

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Napolitano: Bankitalia intoccabile
"La stampa salvaguardi istituzioni"

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Bersani: "Massimo D'Alema e Walter Veltroni?
Non scompariranno. Per loro niente pensione"


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Via libera di Napolitano: voto il 24 febbraio
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Flickr Buona domenica a tutti gli amici di Flickr

Le feste degli italiani sono come i cactus: intoccabili !!!
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Rielaborazione di una fotografia scattata da Walter Leonardi
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Flickr ai margini
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rajasthan, india
ai margini della strada e della società ci sono gli intoccabili , coloro che appartengono alla casta che sta al livello più basso della società non per loro scelto ma per nascita e... castigo divino.Queste persone vivono facendo i lavori più umili o di accattonaggio, dileggiati e mal sopportati dagli appartenenti alle altre caste ma questa è l'india.
Rajasthan, India
the roadside and society are the untouchables, those who belong to the caste, which is at the lowest level of society is not by choice but by birth and ... people divino.Queste worth living doing the most menial tasks or begging, the ridiculous and poorly tolerated by members of other castes, but this is India.

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Flickr INTOCCABILI
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i misteri del Vaticano: "Privilegi e corruzione"
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Flickr Gli intoccabili

La toma - Cordoba - Argentina
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Flickr intoccabili
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Brunetta: "Basta certificati
anche quelli antimafia"

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Flickr sulla strada stare di vedetta
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marcia per la pace Perugia-Assisi 24 settembre 2011


17/02/2012
Finalmente le spese militari sono arrivate sul tavolo del Governo e, soprattutto, del Parlamento. Per anni abbiamo chiesto che fossero trattate alla pari di tutte le altre spese dello stato senza che nessuno ci desse ascolto. E oggi finalmente è accaduto. Come del resto accade in tutti gli altri Paesi democratici. Da noi è un evento. «»

Dunque, tagliare si può. Le spese militari non sono intoccabili. Si possono tagliare senza compromettere la sicurezza del nostro Paese. Per anni ci hanno detto il contrario accusandoci di essere degli irresponsabili, degli incoscienti, dei sognatori. E così hanno sprecato una montagna di soldi. Qualcuno, un giorno, gli dovrà presentare il conto.

Flavio Lotti

Il ministro Di Paola annuncia il taglio di 41 aerei F-35 e di 43 mila unità. La società civile fa i conti. Che non tornano. Invoca misure più radicali. E il 25 febbraio scende in piazza

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Flickr where will our dreams gone?
Tags: ringexcellence   
Dove andranno a archivarsi i nostri sogni?
In un catalogo che nessuno guarderà?
Eppure i nostri sogni sono importanti, senza di essi il fluido stesso della vita scorrerebbe lento, viscoso.
Gioie intime, speranze. Intoccabili materie.
A noi non spetta catalogarli, a noi spetta viverli.
E se poi non si realizzano, non fa nulla... da materia intoccabile, si trasformeranno in evanescenti cataloghi da archiviare nei quark delle galassie.


(Dedicato ad una amica speciale)
f

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Flickr Gli Intoccabili


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Flickr untitled
Tags: portrait   
Puoi fare molta più strada con una parola gentile e una pistola che con una parola gentile e basta.
Al Capone (Robert De Niro), in Gli intoccabili, 1987

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Flickr GA37843 | INTOCCABILI
Tags: arti   2010   tela   acrilico   internazionale   archivio   gpa   pittura   dipinto   pittore   artecontemporanea   contemporanee   gigarte   portalearte   gianpy003   ga37843   
Opera creata dall'artista G.p.a. (pittore). Pittura, 100 cm x 100 cm x 2 cm, acrilico, dipinto, TELA, creata il 2010. COLLEZIONE PRIVATA. Archiviata in gigArte.com il 13/08/2010 13:36 con il codice GA37843. Visualizza le informazioni complete sull'opera all'indirizzo www.gigarte.com/GA37843. Altre opere dell'artista su www.gigarte.com/gianpy003.
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Flickr germania, intoccabili
Tags: city   centre   il   di   fuoco   offices   giardini   mirò   

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Flickr gli intoccabili

Venezia 23/10/2010
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Flickr Gli Intoccabili Trailer


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Flickr Gli Intoccabili

Da sinistra: Andrès Recondo, Giada Crispiels, Sara Apostoli, Matteo Vinati, Silvia Cibaldi e Marco Amedani
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Flickr "Gli Intoccabili"


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Flickr Novembre//Aprile-Maggio

Considero banalmente inutili i meccanismi di difesa ( inconsci, ovviamente ) delle persone Felici: pensano che sorrisi e calore rimangano incollati ai loro rosa/gialli pastello per un tempo sufficiente a renderli intoccabili, ma la verità è che hanno solamente troppa paura di Dormire.

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Flickr le Intoccabili sulle loro biciclette


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Flickr tutta una vita in un solo sguardo
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jodhpur, rajasthan, india
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Flickr GLI INTOCCABILI
Tags: satira   berlusconi   napolitano   formigoni   decretosalvapdl   
Napolitano: «Differenze politiche,
ma il Paese crede nella Costituzione»
«Profonda condivisione del patrimonio di valori e principi che si racchiude nella Carta repubblicana»

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Flickr fiera di essere
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rajasthan, india
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Flickr bambina di strada
Tags: street   portrait   india   girl   strada   bianco   ritratto   nero   rajasthan   untouchable   bambina   intoccabili   mat56   
rajasthan, india
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Flickr only one rupee
Tags: india   donna   women   rajasthan   povertà   mendicante   untouchables   widowed   vedove   elemosina   intoccabili   mat56   marzo2011challengewinnercontest   
rajasthan, india.
the situation of women widowed in India is still very tragic especially if they belong to the caste of untouchables, which is why often in order to survive, they also beg.
(in india la situazione delle donne rimaste vedove è ancora molto tragica soprattutto se appartengono alla casta degli intoccabili, è per questo che spesso, per sopravvivere, devono anche mendicare.)


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Flickr Intoccabili. Indivisibili.Noi.

Strano il mio destino. Che ti porta qui. io non ti perderò oltre il tempo e le distanze andrò.
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Flickr Le intoccabili


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Flickr Gli Intoccabili


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Gli Jalapeños, i Calabresi, un paio di Bih Jolokia, un Jamaican Red, un Habanero Red Savina, un Lemon Drop e un Fatalij Red.


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Flickr Gli intoccabili
Tags: party   30   torino   gangster   festa   nani   incostume   ballerine   dagiau   storiemalate   

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Flickr jaisal
Tags: intoccabili   

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Flickr LE INTOCCABILI


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Flickr gli intoccabili.....
Tags: amici   gliintoccabili   
"Dio non ama i codardi".
da Gli intoccabili

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Flickr ADV INTOCCABILI


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Flickr Intoccabili 1
Tags: usa   chicago   unitedstates   stazioni   statiuniti   usa2008   
chicago, union station, la famosa scalinata
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Flickr Intoccabili 2
Tags: usa   chicago   unitedstates   stazioni   statiuniti   usa2008   
chicago, union station, la famosa scalitana, affianco una sala videogame
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Flickr "Gli intoccabili"
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dopo un rinfresco all'osteria "Ai laghetti"

Altre foto della GANG all'interno
Other pics of the gang inside

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Flickr gli intoccabili
Tags: ricci   mut69   
mut e ricci fanno sempre la loro figura... ;P
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Flickr INTOCCABILI


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Flickr INTOCCABILI 1


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Flickr gli intoccabili
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Flickr Senzatetto con Sprite
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Flickr baraccopoli
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Flickr ...un'identica fortuna da gridare a due voci...mah
Tags: deandre   caoscalmo   cattivella   anchesenonvuoi   sialgunavezadviertequelamiroalosojosyunavetadeamorreconoceenlosmíosnoalertesusfusilesnipiensequédelirio   terribilmentetrascurata   

C'è un amore nella sabbia / un amore che vorrei / un amore che non cerco / perché poi lo perderei
C'è un amore alla finestra / tra le stelle e il marciapiede / non è in cerca di promesse / e ti da quello che chiede
Cose che dimentico / Cose che dimentico / sono cose che dimentico
C'è un amore che si incendia / quando appena lo conosci / un'identica fortuna / da gridare a due voci
C'è un termometro del cuore / che non rispettiamo mai / un avviso di dolore / un sentiero in mezzo ai guai
Cose che dimentico / sono cose che dimentico
Qui nel reparto intoccabili / dove la vita ci sembra enorme / perché non cerca più e non chiede / perché non crede più e non dorme
Qui nel girone invisibili / per un capriccio del cielo / viviamo come destini / e tutti ne sentiamo il gelo / il gelo / e tutti ne sentiamo il gelo
C'è un amore che ci stringe / e quando stringe ci fa male / un amore avanti e indietro / da una bolgia di ospedale
Un amore che mi ha chiesto / un dolore uguale al mio / a un amore così intero / non vorrei mai dire addio
Cose che dimentico / sono cose che dimentico
Qui nel reparto intoccabili / dove la vita ci sembra enorme / perché non cerca più e non chiede / perché non crede più e non dorme / non dorme
Qui nel girone invisibili / per un capriccio del cielo / viviamo come destini / e tutti ne sentiamo il gelo, il gelo
Viviamo come destini / e tutti ne sentiamo il gelo, il gelo
Sono cose che dimentico / sono cose che dimentico / cose che dimentico / sono cose che dimentico

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grafica per maglietta di Alex Dagosbros
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Tu sei solo chiacchiere e distintivo! Tu in mano non hai niente, tu non hai niente! Non hai niente, sei solo un povero stronzo, con me non ce la fai! Non hai un bel niente, buffone!

Al Capone da : Gli Intoccabili

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Le quattro dell'Ave Maria.
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dagli 'Intoccabili'
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Flickr Elephanta - Bombay - Frutti succosi ma aihme' intoccabili altrimenti...

Elephanta - Bombay - Delicious and untouchable fruits!
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Flickr intoccabili
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Flickr Desolata tristezza
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(...) se la paura di guardare
vi ha fatto chinare il mento (...)
anche se voi vi credete assolti
siete lo stesso coinvolti...

De Andrè

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